Austis
Roccia "Sa Crabarissa"
Una colonna in granito alta circa 50 metri appare al visitatore quasi all’improvviso all’interno
di una piccola valle, isolata e svettante sul sottobosco di eriche e corbezzoli. Alle spalle ha un
panorama ampio e profondo che abbraccia il lago Omodeo e il fiume Tirso, la piana di Ottana,
le montagne del Marghine a nord.
L’eccezionalità del monumento e l’eleganza sinuosa della sagoma sono tali da aver generato
una romantica leggenda.
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Si racconta, infatti, che un pastore di Austis, arrivato nelle pianure di Oristano in transumanza con le greggi per sfuggire al clima rigido dell’inverno, come era uso fino al secolo scorso, si innamorò di una giovane di Cabras.
L’amore fu ricambiato, tanto che i due ragazzi si scambiarono doni e promesse di matrimonio,
ma alla fine dell’inverno il giovane pastore partì per riportare il bestiame in montagna,
lasciando la ragazza in attesa del suo ritorno. La stagione successiva però, il ragazzo non fece
ritorno in pianura. Così, in assenza di notizie, la fanciulla si mise in viaggio verso Austis per
cercare il suo fidanzato, scoprendolo maritato con un’altra donna.
La ragazza, dilaniata dal
dolore, corse a perdifiato verso casa e, giunta sull’altopiano di “sas leìnas”, prima di svalicare
si voltò un’ultima volta verso Austis e le sue case lontane, là dove c’era il suo sogno infranto, e
quest’ultimo sguardo la pietrificò, dando vita così a questo magnifico rocciaio che ricorda la
sagoma di una donna avvolta nel suo scialle.
È possibile arrivare in macchina sino a un grande spiazzo sterrato in prossimità del sito e da lì
raggiungere la grande roccia granitica tramite un sentiero sterrato di 400 metri percorribile a
piedi o in bici.
Austis
Roccia "Su Nou Orruendèche"
Significa “la roccia che precipita” ed è proprio l’impressione che si ha guardando questo monolite quasi staccato dalla montagna e apparentemente in bilico su un’altra roccia, tanto da apparire prossimo a precipitare nella vallata sottostante.
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Alla spettacolarità dell’aspetto si aggiunge la posizione dominante rispetto al paesaggio circostante. Una volta saliti sul massiccio si ha una visione a 360° che permette di abbracciare la piana di Ottana nella sua interezza con la vista del lago Benzone, del lago Omodeo e, nelle giornate più limpide, del mare oltre la costa di Oristano; verso nord lo sguardo spazia sino ai rilievi del Marghine con i paesi distesi alle pendici, mentre verso est raggiunge le alture del nuorese.
La particolarità di Su Nou Orreuendeche si coglie appieno dal punto panoramico di Oppiane, lungo il tracciato viario che da Austis conduce anche a un’altra roccia monumentale forata al centro, Su Nou Pertuntu. Il tutto in un contesto integro in cui la ricca macchia mediterranea composta da lentischi, eriche e cisto si alterna a vaste leccete e boschi fatati.
La particolarità di Su Nou Orreuendeche si coglie appieno dal punto panoramico di Oppiane, lungo il tracciato viario che da Austis conduce anche a un’altra roccia monumentale forata al centro, Su Nou Pertuntu. Il tutto in un contesto integro in cui la ricca macchia mediterranea composta da lentischi, eriche e cisto si alterna a vaste leccete e boschi fatati.
Teti
Chiesa campestre San Sebastiano
La chiesa sorge in un grande spiazzo ombreggiato da lecci e roverelle che si anima di canti, balli e giochi, accanto alle celebrazioni liturgiche, a partire dall’ultimo sabato di agosto nei 9 giorni della festa del Santo.
Di origine molto antica, per struttura e decorazione l’edificio è riconducibile a una matrice gotico-aragonese con alcune caratteristiche di ascendenza classica e manieristica.
Di origine molto antica, per struttura e decorazione l’edificio è riconducibile a una matrice gotico-aragonese con alcune caratteristiche di ascendenza classica e manieristica.
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Nonostante l’aspetto rettangolare, con terminazione superiore rettilinea e orizzontale sormontata da un piccolo campanile a vela (la cui campana originaria in bronzo recava l’iscrizione S. SEBASDIAN + 1737), il prospetto principale, semplicemente intonacato, nasconde una copertura con tetto a due spioventi e lascia intravedere i contrafforti esterni di sostegno, in pietra locale. Il portale ligneo d’accesso, i cui stipiti hanno forme e stilemi gotico-aragonesi, è sormontato da un arco di scarico a tutto sesto, e al centro della lunetta si apre una piccola nicchia vuota; più in alto è presente anche un rosone in pietra, formato da colonnine e archi a sesto acuto.
Gli interni della chiesetta campestre, attualmente pavimentata in cotto e semplicemente intonacata, si distinguono per la grande sobrietà dell’insieme. La copertura a botte dell’unica navata è suddivisa in tre campate che terminano nel presbiterio e, ai lati dell’ultima campata, in due ampie nicchie sovrastate da archi in pietra a tutto sesto con i conci a vista, sono presenti due altari secondari in muratura; l’altare principale, in uso, è invece in granito. Nella parete di fondo si apre un’edicola al cui interno si trova la statua di San Sebastiano: delimitata da semicolonne e da un timpano triangolare, è affiancata lateralmente da due piccole finestre di forma quadrata che, insieme al rosone e al piccolo portone d’ingresso secondario, rappresentano le uniche fonti di luce naturale.
Gli interni della chiesetta campestre, attualmente pavimentata in cotto e semplicemente intonacata, si distinguono per la grande sobrietà dell’insieme. La copertura a botte dell’unica navata è suddivisa in tre campate che terminano nel presbiterio e, ai lati dell’ultima campata, in due ampie nicchie sovrastate da archi in pietra a tutto sesto con i conci a vista, sono presenti due altari secondari in muratura; l’altare principale, in uso, è invece in granito. Nella parete di fondo si apre un’edicola al cui interno si trova la statua di San Sebastiano: delimitata da semicolonne e da un timpano triangolare, è affiancata lateralmente da due piccole finestre di forma quadrata che, insieme al rosone e al piccolo portone d’ingresso secondario, rappresentano le uniche fonti di luce naturale.
Teti
Villaggio nuragico S'Urbale
Il territorio di Teti è ricco di testimonianze archeologiche: ai nuraghi Istei-Funtana Bona, Alineddu e Turria, alle tombe dei giganti di S’Urbale e Atzedalai, al santuario di Abini si aggiunge il villaggio nuragico S’Urbale, risalente al periodo che va dal Bronzo Medio alla prima età del Ferro (1500-900 a.C.).
Posto a 840 metri sul livello del mare, sopra un colle affacciato sul lago artificiale Cucchinadorza, è privo di nuraghe, ma questo non ne diminuisce assolutamente il fascino. È infatti costituito da un numero elevato di capanne, circa 50, a pianta circolare, con muri in blocchi di granito privi di malta e pavimentazione in pietra, che presentano un focolare quadrangolare in terra battuta al centro dell’ambiente e un ripostiglio per utensili e provviste delimitato da lastre di pietra infisse nel terreno.
Posto a 840 metri sul livello del mare, sopra un colle affacciato sul lago artificiale Cucchinadorza, è privo di nuraghe, ma questo non ne diminuisce assolutamente il fascino. È infatti costituito da un numero elevato di capanne, circa 50, a pianta circolare, con muri in blocchi di granito privi di malta e pavimentazione in pietra, che presentano un focolare quadrangolare in terra battuta al centro dell’ambiente e un ripostiglio per utensili e provviste delimitato da lastre di pietra infisse nel terreno.
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Una delle capanne del villaggio è dotata di panche addossate ai muri, il che ha fatto ipotizzare che venisse riservata allo svolgimento di riunioni; al suo interno si trovano anche conci lavorati nei quali venivano deposte le offerte votive. Come negli altri villaggi nuragici, è andata perduta la copertura conica delle capanne, realizzata con pali disposti a raggiera e strati di frasche consolidati tramite argilla, ma è arrivata sino a noi la tecnica costruttiva delle murature, particolarmente raffinata, che differenzia S’Urbale dai siti analoghi presenti nell’Isola.
Il villaggio fu abbandonato probabilmente per un incendio verificatosi già in età nuragica, all’origine dei crolli che, anche dopo la campagna di Antonio Taramelli avviata nel 1931 e la scoperta delle 12 capanne poste sulla sommità del colle, hanno ricoperto la maggior parte degli edifici sino agli scavi degli anni Ottanta.
I reperti ritrovati nel corso degli scavi – tra cui fornelli fittili a ferro di cavallo e oggetti in argilla e in ceramica – hanno permesso di ricostruire la vita domestica quotidiana del IX secolo a.C., accertando, per esempio, la familiarità con la lavorazione dei cereali tramite macine e pestelli e con la tessitura praticata utilizzando fusaiole, rocchetti, pesi da telaio.
Il villaggio fu abbandonato probabilmente per un incendio verificatosi già in età nuragica, all’origine dei crolli che, anche dopo la campagna di Antonio Taramelli avviata nel 1931 e la scoperta delle 12 capanne poste sulla sommità del colle, hanno ricoperto la maggior parte degli edifici sino agli scavi degli anni Ottanta.
I reperti ritrovati nel corso degli scavi – tra cui fornelli fittili a ferro di cavallo e oggetti in argilla e in ceramica – hanno permesso di ricostruire la vita domestica quotidiana del IX secolo a.C., accertando, per esempio, la familiarità con la lavorazione dei cereali tramite macine e pestelli e con la tessitura praticata utilizzando fusaiole, rocchetti, pesi da telaio.
Tiana
Mulino – Cracchera
La gualchiera, chiamata in sardo cracchera, era una struttura artigianale per la lavorazione della lana da cui, attraverso il processo di follatura e il conseguente infeltrimento, veniva prodotto l’orbace, il tessuto con il quale venivano confezionati i vestiti in uso in Sardegna fino alla fine degli anni ’40 del Novecento e che ancora oggi contraddistingue diversi elementi dei costumi tradizionali.
Il meccanismo con cui veniva lavorata la lana era costituito di grossi magli di legno che, grazie alla forza dell’acqua, battevano a lungo il tessuto bagnato al fine di raffinarlo e renderlo compatto.
Il meccanismo con cui veniva lavorata la lana era costituito di grossi magli di legno che, grazie alla forza dell’acqua, battevano a lungo il tessuto bagnato al fine di raffinarlo e renderlo compatto.
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L’orbace prodotto con questa procedura era ruvido, resistente e impermeabile, indispensabile a chi, come pastori e contadini, passava gran parte del tempo in campagna all’aria aperta e necessitava dunque di un abbigliamento che tenesse al vento e all’acqua, reggesse strappi e sfregamenti contro la vegetazione e le rocce.
In origine nel paese di Tiana, lungo il corso del Rio Tino, si trovavano decine di gualchiere che lavoravano costantemente, estate e inverno, provocando un rumore forte e continuo. In paese, infatti, confluivano, durante tutto l’arco dell’anno, le lane tessute dalle donne della Barbagia, del Nuorese, del Mandrolisai, così da alimentare una vera e propria filiera produttiva.
Durante i due conflitti mondiali, in particolare, la richiesta di orbace era fortissima per far fronte al confezionamento delle divise per i soldati, ma già nel dopoguerra le gualchiere attive si erano ridotte a due. Negli anni ’70 poi, si è arrivati alla chiusura anche dell’ultimo impianto, essendo stata la produzione artigianale dell’orbace ormai totalmente soppiantata dalla produzione tessile industriale.
La gualchiera ora in funzione apparteneva alla famiglia Zedda, l’ultima a cessare questa attività, ed è stata rimessa in funzione – anche garantendo l’approvvigionamento invernale d’acqua ai macchinari con la realizzazione di piccolo invaso a monte – per tutelare la memoria e l’identità della comunità.
In origine nel paese di Tiana, lungo il corso del Rio Tino, si trovavano decine di gualchiere che lavoravano costantemente, estate e inverno, provocando un rumore forte e continuo. In paese, infatti, confluivano, durante tutto l’arco dell’anno, le lane tessute dalle donne della Barbagia, del Nuorese, del Mandrolisai, così da alimentare una vera e propria filiera produttiva.
Durante i due conflitti mondiali, in particolare, la richiesta di orbace era fortissima per far fronte al confezionamento delle divise per i soldati, ma già nel dopoguerra le gualchiere attive si erano ridotte a due. Negli anni ’70 poi, si è arrivati alla chiusura anche dell’ultimo impianto, essendo stata la produzione artigianale dell’orbace ormai totalmente soppiantata dalla produzione tessile industriale.
La gualchiera ora in funzione apparteneva alla famiglia Zedda, l’ultima a cessare questa attività, ed è stata rimessa in funzione – anche garantendo l’approvvigionamento invernale d’acqua ai macchinari con la realizzazione di piccolo invaso a monte – per tutelare la memoria e l’identità della comunità.
Tiana
"Corzos" nel centro storico
L’abitato di Tiana è stato edificato in un anfiteatro naturale riparato da più lati da monti che lo proteggono dai venti forti. Il nucleo originario, che ha la forma di un triangolo irregolare, conserva un impianto fatto di vie strette su cui si affacciano abitazioni a uno o due piani. Sono strutture edificate in pietra e legate ad argilla che spesso hanno una scala esterna in granito per l’accesso al piano superiore.
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In passato erano presenti balaustre e balconi lignei che, una volta deterioratisi, sono stati sostituiti da ringhiere di ferro. In qualche casa si conservano ancora gli infissi originari in legno di castagno, con porte d’ingresso recanti piccole aperture in basso per permettere l’entrata e l’uscita degli animali domestici come i gatti o le galline che, in altri tempi, non era raro circolassero all’interno delle case.
Caratteristici di alcune abitazioni sono i corzos, stanze costruite a ponte sugli stretti vicoli per unire due stabili appartenenti a una stessa famiglia, realizzate per la necessità di adattare le piccole abitazioni alla morfologia del terreno, alle divisioni di vicinato, o semplicemente per ottimizzare gli spazi delle case senza eccessivo dispendio di risorse. Questa tipologia abitativa, prima molto diffusa, è attualmente presente in cinque esempi che meritano una passeggiata per le vie del centro: uno si apre su un edificio di recente restauro posto sulla via principale, dipinto con colori vivaci prima molto adoperati per rifinire le abitazioni del paese, sia negli ambienti interni che nelle mostre delle finestre, spesso contornate da accesi toni di azzurro o di rosa; un altro si distingue per uno strettissimo e sinuoso accesso, una sorta di strettoia che consente a stento il passaggio di una persona.
Caratteristici di alcune abitazioni sono i corzos, stanze costruite a ponte sugli stretti vicoli per unire due stabili appartenenti a una stessa famiglia, realizzate per la necessità di adattare le piccole abitazioni alla morfologia del terreno, alle divisioni di vicinato, o semplicemente per ottimizzare gli spazi delle case senza eccessivo dispendio di risorse. Questa tipologia abitativa, prima molto diffusa, è attualmente presente in cinque esempi che meritano una passeggiata per le vie del centro: uno si apre su un edificio di recente restauro posto sulla via principale, dipinto con colori vivaci prima molto adoperati per rifinire le abitazioni del paese, sia negli ambienti interni che nelle mostre delle finestre, spesso contornate da accesi toni di azzurro o di rosa; un altro si distingue per uno strettissimo e sinuoso accesso, una sorta di strettoia che consente a stento il passaggio di una persona.
Ovodda
Chiesa di San Giorgio Martire
I Quinque libri ovoddesi, nei quali dalla seconda metà del 1500 venivano registrati battesimi, cresime, matrimoni, cura delle anime e morti, registrano al 3 ottobre 1666 la prima testimonianza dell’esistenza della chiesa parrocchiale di San Giorgio.
L’edificio sorge in quello che è attualmente il centro del paese e ha sostituito la precedente chiesa intitolata a santa Maria, la cui ultima attestazione come parrocchiale risale al 1652. Il tempio e il suo sagrato vennero utilizzati come luogo di sepoltura fino al 1926 e negli anni ’50 del ‘900 quel che rimaneva dell’antico tempio venne rimosso per far posto ad una piazza.
L’edificio sorge in quello che è attualmente il centro del paese e ha sostituito la precedente chiesa intitolata a santa Maria, la cui ultima attestazione come parrocchiale risale al 1652. Il tempio e il suo sagrato vennero utilizzati come luogo di sepoltura fino al 1926 e negli anni ’50 del ‘900 quel che rimaneva dell’antico tempio venne rimosso per far posto ad una piazza.
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Sulla facciata della parrocchiale di San Giorgio, scandita da quattro lesene verticali, si aprono un’ampia finestra circolare e il portone centrale sostenuto da stipiti e architrave in granito grigio, la stessa pietra che delimita orizzontalmente la facciata nella parte superiore con una decorazione a palmette. Al lato destro dell’edificio sorge il campanile a pianta quadrata, realizzato anch’esso in granito, ampliato e sopraelevato nell’ultima parte del ‘700 fino a raggiungere la forma attuale.
Il portone della chiesa e la sua bussola interna hanno ante in legno decorate da piatti rosoni ovoidali, il tutto realizzato, come riporta la data incisa su un architrave interno, nel 1876.
In stile tardo gotico, la parrocchiale presenta un’unica navata coperta da volta a sesto acuto costruita negli anni ’70 del 1800, su cui si aprono tre cappelle e due semi cappelle per lato, tutte coperte da volte a botte; in una di queste si trova il battistero in marmo, probabilmente ottocentesco, sul cui lato frontale è riprodotto, in colori vivi, il Battesimo di Gesù per mano del Battista.
L’edificio ha avuto nel corso dei secoli più ristrutturazioni e modifiche e l’unica parte rimasta della struttura originaria è la cappella maggiore con volta a crociera e gemma pendula riproducente san Giorgio e il Drago nel punto di incrocio dei costoloni. La volta del coro è decorata con alcuni stucchi raffiguranti angeli, probabilmente settecenteschi, che, per stile e fattura, paiono essere della stessa mano di quelli presenti nella Basilica dei Martiri di Fonni.
Di grande interesse sono otto statue conservate nel tempio, ascrivibili ad un periodo compreso tra il XVII e l’inizio del XIX secolo, che rappresentano san Pietro in Cattedra, san Pietro apostolo, sant’Isidoro agricoltore, sant’Antonio Abate, sant’Antonio da Padova, un Crocifisso processionale e una Croce d’altare e infine una Dormitio Virginis (Vergine dormiente).
È ammirabile nelle cappelle della chiesa la scultura lignea di san Pietro in Cattedra di scuola napoletana, realizzata da Alfonso del Vecchio e datata 1643, che si presenta oggi nelle sue dorature originarie grazie al restauro del 2012.
Il simulacro della Vergine Assunta, solitamente riposto all’interno di una teca, nei giorni precedenti la festa (15 agosto), è esposto su un lettino ligneo decorato in toni vivaci: presenta le sole estremità scolpite mentre il resto del corpo è formato da un telo di tessuto riempito di paglia secondo la modalità in uso dalla fine del Settecento.
Collocabili almeno al XVII secolo sono il Crocifisso posto sopra l’Altare Maggiore - che, considerando la sua posa arcaica, potrebbe essere più antico - e il Crocifisso processionale della Confraternita di Santa Croce, che pare venisse utilizzato dal 1711 fino al suo scioglimento nel 1919. In una delle due semi-cappelle è esposta una statua di san Giorgio martire, rappresentato nell’atto di uccidere il drago posto sotto i suoi piedi, risalente alla fine del XIX secolo.
All’interno della sacrestia, invece, sono conservate le statue di sant’Isidoro che guida i buoi e sant’Antonio Abate, ascrivibili a un periodo compreso tra il XVII e l’inizio del XVIII secolo; sempre all’interno della sacrestia è anche il piccolo simulacro di san Pietro apostolo, probabilmente realizzato nel XVII secolo da una bottega sarda.
Di notevole interesse è il mobile da sacrestia (paratora) intarsiato, risalente al 1765. La festa del Santo, patrono del paese, si celebra il 23 aprile.
Il portone della chiesa e la sua bussola interna hanno ante in legno decorate da piatti rosoni ovoidali, il tutto realizzato, come riporta la data incisa su un architrave interno, nel 1876.
In stile tardo gotico, la parrocchiale presenta un’unica navata coperta da volta a sesto acuto costruita negli anni ’70 del 1800, su cui si aprono tre cappelle e due semi cappelle per lato, tutte coperte da volte a botte; in una di queste si trova il battistero in marmo, probabilmente ottocentesco, sul cui lato frontale è riprodotto, in colori vivi, il Battesimo di Gesù per mano del Battista.
L’edificio ha avuto nel corso dei secoli più ristrutturazioni e modifiche e l’unica parte rimasta della struttura originaria è la cappella maggiore con volta a crociera e gemma pendula riproducente san Giorgio e il Drago nel punto di incrocio dei costoloni. La volta del coro è decorata con alcuni stucchi raffiguranti angeli, probabilmente settecenteschi, che, per stile e fattura, paiono essere della stessa mano di quelli presenti nella Basilica dei Martiri di Fonni.
Di grande interesse sono otto statue conservate nel tempio, ascrivibili ad un periodo compreso tra il XVII e l’inizio del XIX secolo, che rappresentano san Pietro in Cattedra, san Pietro apostolo, sant’Isidoro agricoltore, sant’Antonio Abate, sant’Antonio da Padova, un Crocifisso processionale e una Croce d’altare e infine una Dormitio Virginis (Vergine dormiente).
È ammirabile nelle cappelle della chiesa la scultura lignea di san Pietro in Cattedra di scuola napoletana, realizzata da Alfonso del Vecchio e datata 1643, che si presenta oggi nelle sue dorature originarie grazie al restauro del 2012.
Il simulacro della Vergine Assunta, solitamente riposto all’interno di una teca, nei giorni precedenti la festa (15 agosto), è esposto su un lettino ligneo decorato in toni vivaci: presenta le sole estremità scolpite mentre il resto del corpo è formato da un telo di tessuto riempito di paglia secondo la modalità in uso dalla fine del Settecento.
Collocabili almeno al XVII secolo sono il Crocifisso posto sopra l’Altare Maggiore - che, considerando la sua posa arcaica, potrebbe essere più antico - e il Crocifisso processionale della Confraternita di Santa Croce, che pare venisse utilizzato dal 1711 fino al suo scioglimento nel 1919. In una delle due semi-cappelle è esposta una statua di san Giorgio martire, rappresentato nell’atto di uccidere il drago posto sotto i suoi piedi, risalente alla fine del XIX secolo.
All’interno della sacrestia, invece, sono conservate le statue di sant’Isidoro che guida i buoi e sant’Antonio Abate, ascrivibili a un periodo compreso tra il XVII e l’inizio del XVIII secolo; sempre all’interno della sacrestia è anche il piccolo simulacro di san Pietro apostolo, probabilmente realizzato nel XVII secolo da una bottega sarda.
Di notevole interesse è il mobile da sacrestia (paratora) intarsiato, risalente al 1765. La festa del Santo, patrono del paese, si celebra il 23 aprile.
Ovodda
Su Pitzudu
Su pitzudu è tipico di Ovodda, realizzato secondo l’antica ricetta che lo vedeva come piatto unico, ricco e nutriente, legato alla vita pastorale e al rientro degli uomini dalla transumanza. A differenza della sebada, per cui si è affermata la variante dolce, il pitzudu ovoddese rimane ancorato alle origini e resta ancora oggi una preparazione salata: può essere consumato come primo piatto, bollito e condito con sugo di pomodoro, o per secondo, fritto come nella tradizione più stretta e accompagnato con insalata.
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L’esterno è un impasto a base di semola di grano duro (o farina rimacinata nella versione più povera), uova, acqua e sale, mentre il ripieno è ottenuto da pecorino a pasta cruda inacidito sino al punto della filatura e patate, utilizzate al solo scopo di amalgamare il composto. Le patate, in quantità decisamente inferiore (circa un quinto de peso del formaggio) sono bollite in acqua salata, ridotte in purea e mescolate al pecorino macinato per poi creare le palline da schiacciare fra due dischi di pasta. La chiusura, un tempo garantita da “pizzichi” fatti a mano che rimangono nel nome pitzudu, avviene grazie al passaggio della rotella dentata.
A differenza di altri prodotti della tradizione, che escono dalle case soltanto in occasione di eventi promozionali, a Ovodda è viva la produzione di su pitzudu non solo per consumo familiare privato, per cui è possibile assaggiarlo nella sua preparazione autentica e con i migliori ingredienti nei ristoranti e negli agriturismi locali.
A differenza di altri prodotti della tradizione, che escono dalle case soltanto in occasione di eventi promozionali, a Ovodda è viva la produzione di su pitzudu non solo per consumo familiare privato, per cui è possibile assaggiarlo nella sua preparazione autentica e con i migliori ingredienti nei ristoranti e negli agriturismi locali.
Austis
Murales
Pochi lo sanno, ma Austis è uno dei primi paesi della Sardegna ad aver affidato ai murales il racconto della propria identità. Le vie del centro abitato sono arricchite da splendide opere di Danilo Carta, Ferdinando Medda, Angelo Lai e altri artisti provenienti da tutta l’Isola.
I murales raccontano la storia di Austis e ne hanno accompagnato negli anni la vita sociale, con un particolare impulso a partire dagli anni ’80 del Novecento.
Uno dei murales più amati del territorio è quello della piazza dedicata allo scultore Elio Antonio Sanna affacciata sulla via principale del paese, Corso Vittorio Emanuele. Realizzato nel 1981 dall’artista di Serramanna Ferdinando Medda, racconta la storia di Austis e il fenomeno dell’emigrazione. Al centro del murale, Sa Crabarissa fa da spartiacque tra la Sardegna, la terra che gli austesi lasciavano alla cura delle donne, e le fabbriche delle città industriali e d’Europa in cui gli uomini andavano a cercare ricchezza.
I murales raccontano la storia di Austis e ne hanno accompagnato negli anni la vita sociale, con un particolare impulso a partire dagli anni ’80 del Novecento.
Uno dei murales più amati del territorio è quello della piazza dedicata allo scultore Elio Antonio Sanna affacciata sulla via principale del paese, Corso Vittorio Emanuele. Realizzato nel 1981 dall’artista di Serramanna Ferdinando Medda, racconta la storia di Austis e il fenomeno dell’emigrazione. Al centro del murale, Sa Crabarissa fa da spartiacque tra la Sardegna, la terra che gli austesi lasciavano alla cura delle donne, e le fabbriche delle città industriali e d’Europa in cui gli uomini andavano a cercare ricchezza.
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Danilo Carta è un importante artista austese che negli anni ha saputo raccontare e valorizzare il borgo. Sono suoi i murales che raffigurano le maschere del carnevale, le donne in costume, un gruppo di persone in abito tradizionale che balla e tanti altri murales in cui viene rappresentata la vita agropastorale del paese.
È opera di Michela Casula, invece, il murale della signora anziana che si gira, con una particolarità che si può cogliere soltanto osservandolo da vicino: la pelle della signora è composta interamente da articoli di giornale e poesie che parlano di Austis o che sono state scritte da austesi, con un chiaro rimando all’importanza che il canto poetico ha sempre avuto per il paese.
È opera di Michela Casula, invece, il murale della signora anziana che si gira, con una particolarità che si può cogliere soltanto osservandolo da vicino: la pelle della signora è composta interamente da articoli di giornale e poesie che parlano di Austis o che sono state scritte da austesi, con un chiaro rimando all’importanza che il canto poetico ha sempre avuto per il paese.
Teti
Chiesa Santa Maria Della Neve
La chiesa parrocchiale di Santa Maria della Neve si trova al centro dell’abitato storico di Teti ed è il fulcro della festa patronale celebrata ogni 5 agosto. Tale è la devozione da parte degli abitanti di Teti che un piccolo simulacro della Madonna si trova anche in cima a punta Sa Marghine, la montagna più alta dell’intero territorio comunale, a 952 metri di altitudine.
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Nonostante le notizie sull’edificio siano piuttosto scarse e frammentarie, è noto che in origine esso fosse dedicato a san Giovenale. Attraverso lo studio di alcuni elementi architettonici e di arredo si è cercato di risalire cronologicamente a datazioni più certe sull’attuale costruzione: tra questi, una colonna in granito con scritte in latino risalenti al 1600 e un pregevole altare ligneo costituito da diversi elementi di altari originali e da alcune statuine di presepe di ottima fattura napoletana databili al 1700.
La facciata principale, con affaccio su piazza del Popolo, è in pietra e in stile rinascimentale: il portone d’ingresso centrale, cui fanno eco due monofore laterali, è a tutto sesto, sovrastato da un timpano triangolare con cornice sporgente; un altro timpano, sopra una cornice che percorre orizzontalmente la parete, conclude la sommità. Su lato destro della chiesa sorge un massiccio campanile a canna quadrata, la cui mole risulta alleggerita da finestre monofore a tutto sesto e la cui torre culmina con una cupoletta piramidale sormontata da una croce.
La chiesa presenta una pianta con una navata centrale e due navate laterali separate da archi a tutto sesto, le cui linee risultano accentuate dalla pittura celeste a contrasto con il bianco dominante il resto dell’aula; l’abside è rialzata rispetto al piano di calpestio e dietro l’altare, tra due simulacri di figure angeliche che reggono candelabri, si apre un’edicola ospitante la statua della Madonna con Bambino. Nelle navate laterali, oltre all’altare ligneo citato, sono presenti altri cinque altari marmorei con statue del Cristo, della Vergine con Bambino e di vari santi; un mosaico raffigurante la scena della deposizione dalla croce si trova invece dietro il primo altare posto all’inizio della navata sinistra.
La facciata principale, con affaccio su piazza del Popolo, è in pietra e in stile rinascimentale: il portone d’ingresso centrale, cui fanno eco due monofore laterali, è a tutto sesto, sovrastato da un timpano triangolare con cornice sporgente; un altro timpano, sopra una cornice che percorre orizzontalmente la parete, conclude la sommità. Su lato destro della chiesa sorge un massiccio campanile a canna quadrata, la cui mole risulta alleggerita da finestre monofore a tutto sesto e la cui torre culmina con una cupoletta piramidale sormontata da una croce.
La chiesa presenta una pianta con una navata centrale e due navate laterali separate da archi a tutto sesto, le cui linee risultano accentuate dalla pittura celeste a contrasto con il bianco dominante il resto dell’aula; l’abside è rialzata rispetto al piano di calpestio e dietro l’altare, tra due simulacri di figure angeliche che reggono candelabri, si apre un’edicola ospitante la statua della Madonna con Bambino. Nelle navate laterali, oltre all’altare ligneo citato, sono presenti altri cinque altari marmorei con statue del Cristo, della Vergine con Bambino e di vari santi; un mosaico raffigurante la scena della deposizione dalla croce si trova invece dietro il primo altare posto all’inizio della navata sinistra.
Tiana
Chiesa Sant'Elena Imperatrice
La chiesa parrocchiale sorge nel centro del paese in posizione sopraelevata rispetto alla via principale, in una zona dove anticamente si trovavano il vecchio cimitero smantellato nel 1928 e una chiesetta, probabilmente sempre dedicata a sant’Elena, distanti e distaccati dal centro abitato quasi a formare una frazione (trighinzos de susu).
La festa della patrona si tiene il 30 agosto come da tradizione, al termine del periodo che vedeva i contadini impegnati in campagna nella mietitura del grano.
La festa della patrona si tiene il 30 agosto come da tradizione, al termine del periodo che vedeva i contadini impegnati in campagna nella mietitura del grano.
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Fra il 1891 e il 1892 l’edificio, in condizioni di forte degrado, fu risanato grazie alla generosità di un cittadino originario di Tiana; in quella circostanza furono apportate modifiche all’impianto preesistente ampliando la navata centrale, scandita da archi a sesto acuto in trachite rossa, e realizzando le cappelle, tre per lato.
Alla sommità di alcuni pilastri sono presenti dei motivi decorativi scolpiti nella pietra riproducenti alberi e, in un caso, pesci, simbolo impiegato per rappresentare Gesù così come avveniva nelle catacombe dei primi cristiani.
La statua di sant’Elena Imperatrice, patrona della comunità, si trova nella cappella a sinistra dell’altare. Il presbiterio, rialzato rispetto all’aula, presenta due altari, uno attualmente in uso, l’altro testimonianza del vecchio rito che vedeva l’officiante dare le spalle all’aula.
La cupola retrostante l’altare è costruita in mattoncini rossi a vista mentre il tetto è realizzato con capriate in legno; la pavimentazione, risalente al restauro di fine ‘800, è formata da grandi mattonelle di marmo bianche e nere. Il campanile, a pianta quadrata e posto sul lato sinistro dell’edificio, è stato eretto negli anni ’20 del Novecento.
Alla sommità di alcuni pilastri sono presenti dei motivi decorativi scolpiti nella pietra riproducenti alberi e, in un caso, pesci, simbolo impiegato per rappresentare Gesù così come avveniva nelle catacombe dei primi cristiani.
La statua di sant’Elena Imperatrice, patrona della comunità, si trova nella cappella a sinistra dell’altare. Il presbiterio, rialzato rispetto all’aula, presenta due altari, uno attualmente in uso, l’altro testimonianza del vecchio rito che vedeva l’officiante dare le spalle all’aula.
La cupola retrostante l’altare è costruita in mattoncini rossi a vista mentre il tetto è realizzato con capriate in legno; la pavimentazione, risalente al restauro di fine ‘800, è formata da grandi mattonelle di marmo bianche e nere. Il campanile, a pianta quadrata e posto sul lato sinistro dell’edificio, è stato eretto negli anni ’20 del Novecento.
Tiana
Chiesa San Leone Magno
La chiesa campestre sorge in località San Leo dove anticamente si trovava l’omonimo villaggio di cui il Santo era patrono. L’edificio originario, in rovina, è stato sostituito nel primo decennio degli anni 2000 con una struttura moderna progettata dall’arch. Graziano Chironi, che conferma la forte devozione della comunità al Santo rimanendo al centro delle celebrazioni della seconda settimana di settembre.
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L’edificio attuale è interamente costruito in granito grigio con tetto a capanna, in legno all’interno. In omaggio alla tradizione locale, la costruzione è stata dimensionata in palmi e in canne sardi, sistema di misurazione derivato dal palmus minus romano in uso prima del sistema decimale introdotto in Sardegna nel 1846.
La facciata ha, attorno all’apertura centrale, una cornice costituita da quattro portali squadrati in ordine crescente alla cui sommità è posta una fila di mattonelle triangolari in accesi toni di rosso, giallo e blu. Le ceramiche segnano anche le aperture laterali, mentre nella parte alta della facciata si apre una finestra tonda bordata in bianco.
Tutti gli ingressi alla chiesa hanno un significato che ne determina la dimensione. Se, infatti, l’ampio portale centrale sta a rappresentare la Fede, le due piccole porte che la affiancano sono, quella a sinistra, la porta della Carità e, quella a destra, della Speranza; sul lato destro dell’edificio si apre poi una porta bassa e larga per varcare la quale bisogna sorpassare un alto gradino e chinare la testa, a evocare l’atto di Penitenza, mentre sulla fiancata opposta è presente un’apertura ampia e alta che rappresenta la Perseveranza.
Lungo le due fiancate laterali e in corrispondenza dell’abside, le lunghe e strette fenditure verticali chiuse da vetri colorati permettono alla luce di entrare nell’edificio proiettando all’interno, quando colpite dal sole, delle riquadrature colorate.
L’interno è costituito da un’unica navata con diverse nicchie alle pareti nelle quali si trovano le sculture dell’artista Pietro Costa realizzate in terracotta e rappresentanti degli angeli armati di spade, con un richiamo alla strenua difesa che san Leone Magno, pontefice in Roma, dispiegò contro Attila e il suo tentativo di invasione della città pontificia.
Sospeso al centro del presbiterio, quasi a fluttuare nell’aria, è un grande e intenso Gesù Cristo rappresentato senza croce, con la sola sagoma umana a raffigurare la crocifissione.
Ai lati dell’altare sono presenti due pannelli con figure che recano l’una il pane, l’altra il calice del vino, simboli dell’Eucarestia. Le due piccole cappelle laterali, che costituiscono le ali del transetto, sono dedicate a san Pio da Pietrelcina quella a destra e a san José María Esquivá quella a sinistra. Entrambe contengono i rispettivi ritratti dei Santi realizzati sempre dallo scultore Pietro Costa.
La facciata ha, attorno all’apertura centrale, una cornice costituita da quattro portali squadrati in ordine crescente alla cui sommità è posta una fila di mattonelle triangolari in accesi toni di rosso, giallo e blu. Le ceramiche segnano anche le aperture laterali, mentre nella parte alta della facciata si apre una finestra tonda bordata in bianco.
Tutti gli ingressi alla chiesa hanno un significato che ne determina la dimensione. Se, infatti, l’ampio portale centrale sta a rappresentare la Fede, le due piccole porte che la affiancano sono, quella a sinistra, la porta della Carità e, quella a destra, della Speranza; sul lato destro dell’edificio si apre poi una porta bassa e larga per varcare la quale bisogna sorpassare un alto gradino e chinare la testa, a evocare l’atto di Penitenza, mentre sulla fiancata opposta è presente un’apertura ampia e alta che rappresenta la Perseveranza.
Lungo le due fiancate laterali e in corrispondenza dell’abside, le lunghe e strette fenditure verticali chiuse da vetri colorati permettono alla luce di entrare nell’edificio proiettando all’interno, quando colpite dal sole, delle riquadrature colorate.
L’interno è costituito da un’unica navata con diverse nicchie alle pareti nelle quali si trovano le sculture dell’artista Pietro Costa realizzate in terracotta e rappresentanti degli angeli armati di spade, con un richiamo alla strenua difesa che san Leone Magno, pontefice in Roma, dispiegò contro Attila e il suo tentativo di invasione della città pontificia.
Sospeso al centro del presbiterio, quasi a fluttuare nell’aria, è un grande e intenso Gesù Cristo rappresentato senza croce, con la sola sagoma umana a raffigurare la crocifissione.
Ai lati dell’altare sono presenti due pannelli con figure che recano l’una il pane, l’altra il calice del vino, simboli dell’Eucarestia. Le due piccole cappelle laterali, che costituiscono le ali del transetto, sono dedicate a san Pio da Pietrelcina quella a destra e a san José María Esquivá quella a sinistra. Entrambe contengono i rispettivi ritratti dei Santi realizzati sempre dallo scultore Pietro Costa.
Ovodda
Nuraghe Osseli
Dislocato in una posizione chiaramente dominante dal punto di vista del controllo del territorio circostante, all’interno di un’area con diverse emergenze archeologiche e sopra un banco roccioso granitico piuttosto uniforme, il nuraghe è del tipo semplice, monotorre.
La torre ha una pianta leggermente ellittica, con un’altezza residua dal suolo di circa 6 m nel punto più elevato, e un paramento murario costituito da conci in granito di medie dimensioni disposti in opera poligonale. Un crollo di discrete proporzioni occupa e rende indistinguibili le porzioni settentrionale e orientale del monumento.
La torre ha una pianta leggermente ellittica, con un’altezza residua dal suolo di circa 6 m nel punto più elevato, e un paramento murario costituito da conci in granito di medie dimensioni disposti in opera poligonale. Un crollo di discrete proporzioni occupa e rende indistinguibili le porzioni settentrionale e orientale del monumento.
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È ben visibile l’ingresso al monumento, anche se parzialmente interrato e ingombro di materiale di crollo, sottolineato da un architrave monolitico di considerevoli dimensioni (circa 2,5 m di lunghezza e oltre 1 m di profondità), che poggia su grandi conci con funzione di stipiti.
La pianta interna non è determinabile con certezza per la presenza di crolli, ma lungo le porzioni meridionale e occidentale del monumento si scorge ancora la presenza di un vano scala.
Attorno al nuraghe, per una superficie di circa 1,5 ettari, si estende un insediamento costituito principalmente da strutture a pianta circolare realizzate con piccoli blocchi di granito e in alcuni casi parzialmente coperte dai crolli.
In mancanza di indagini scientifiche nell’area che possano fornire dati più precisi, il nuraghe e l’insediamento vengono datati tra il Bronzo Medio avanzato e il Bronzo recente (1450-1150 a.C. ca.).
La pianta interna non è determinabile con certezza per la presenza di crolli, ma lungo le porzioni meridionale e occidentale del monumento si scorge ancora la presenza di un vano scala.
Attorno al nuraghe, per una superficie di circa 1,5 ettari, si estende un insediamento costituito principalmente da strutture a pianta circolare realizzate con piccoli blocchi di granito e in alcuni casi parzialmente coperte dai crolli.
In mancanza di indagini scientifiche nell’area che possano fornire dati più precisi, il nuraghe e l’insediamento vengono datati tra il Bronzo Medio avanzato e il Bronzo recente (1450-1150 a.C. ca.).
